venerdì 7 luglio 2017

PERSONAGGI E PERSONALITA’: INTERVISTA A FRANCO MALERBA



Franco Egidio Malerba, nato a Busalla (Ge), classe 1946, due lauree (ingegneria e fisica), è il primo astronauta italiano della storia. È stato specialista di carico a bordo dello space shuttle Atlantis nella missione STS-46 del 1992. Eurodeputato nella quarta legislatura del Parlamento Europeo nelle file del PPE, è stato insignito dell’onoreficenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel 1992 gli viene conferita la Medaglia Colombiana della Città di Genova. L’asteroide 9897 porta il suo cognome in suo onore.


(Franco Malerba durante l’intervista – Credit photo Emmanuele Macaluso)

Intervistare un astronauta vuol dire trovarsi di fronte ad un’eccellenza assoluta. Non importa la missione o il mezzo attraverso il quale si va nello spazio. Durante il viaggio che ci ha portati a Busalla, in provincia di Genova, è un pensiero fisso quello che ci fa pensare al fatto che a breve saremmo stati al cospetto del primo astronauta ad aver portato il vessillo italiano nello spazio. Quello che ha abbattuto la barriera del “mai fatto prima”.
Franco Malerba ci accoglie in casa sua con generosità e affabilità e ci dedica tre ore e mezza del suo prezioso tempo. Saltano un po’ i paradigmi, perché il classico schema “domanda-risposta” lascia spazio ad un racconto spontaneo e biografico di Malerba. All’interno del resoconto di quell’incontro, per motivi di spazio e di discrezione, faremo una sintesi.

La passione di Franco Malerba per l’ingegneria prende forma fin dalla tenera età. Dotato fin da piccolo di una buona manualità, il suo giocattolo preferito era il “Meccano”. Arrivato al liceo entra in contatto con la fisica, tuttavia dopo il diploma decide di laurearsi in ingegneria a Genova nei 5 anni canonici. Dopo la laurea in ingegneria si dedica a quella in fisica, che consegue con la volontà di fare il ricercatore.
Dopo la seconda laurea entra in qualità di ufficiale di complemento nella Marina Militare Italiana e viene imbarcato sulla nave San Giorgio in qualità di Professore di meccanica razionale e fisica. Entra a far parte del CNR e tra il 1972/73 va per la prima volta negli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio in fisica e partecipa ad un importante esperimento. Seppur con qualche perplessità, nel 1975 lascia il CNR ed entra in un’azienda informatica privata in qualità di project manager. E proprio mentre lavora nell’informatica arriva la sua (inaspettata) opportunità per entrare nel mondo dell’astronautica. Un articolo di giornale, portato all’attenzione di Malerba da un amico, ricerca dei candidati astronauti per conto del governo inglese in vista del progetto SPACELAB. Franco Malerba decide di provarci e invia la sua candidatura. Gli inglesi lo “rimandano” ai loro pari italiani che allora facevano parte del Ministero per il coordinamento dei progetti scientifici. Ai tempi non esisteva ancora l’ASI (Agenzia Spaziale Italiana).
Malerba entra in contatto con il Ministero e inizia l’iter per la valutazione dei candidati italiani da inviare successivamente all’ESA. Al termine delle prove (1° visita medica e attitudinale – 2° prova scientifica) vengono selezionati in 5.
Inizia quindi la selezione presso l’ente spaziale europeo con ben 4 scogli da superare. Il primo a Parigi, una complessa prova di natura tecnico-scientifica. La seconda era volta a comprendere le esperienze di ricerca e professionali. La terza era un’impegnativa prova scientifica. Infine la quarta, una dura selezione fisica e attitudinale, con tanto di “centrifuga”. Al termine del lungo iter di selezione dell’ESA furono in 4 gli astronauti selezionati: un italiano (Franco Malerba), un tedesco, uno svizzero e un olandese.
I 4 aspiranti astronauti vennero inviati alla NASA per l’inizio dell’addestramento.
A questo punto, agli albori dell’attività aerospaziale europea, per motivi formali e tecnici vengono fatte scelte che portano Malerba a non rientrare nei piani ESA/NASA in tempi brevi. Nel frattempo, in attesa di chiarimenti circa la sua situazione, l’italiano collabora per sviluppare un sistema che successivamente avrebbe volato su SPACELAB e che avrebbe operato nell’ambito della fisica ionosferica.
Maleba inizia ad occuparsi di telecomunicazioni e si trasferisce a Roma, rimanendo in contatto con il “Piano Spaziale Nazionale”, ovvero la futura ASI.
Per poter andare nello spazio, Malerba accetta di iniziare da capo tutti gli iter di selezione. Selezione che risupera brillantemente. Fin qui il racconto “a ruota libera” di Franco Malerba. Un racconto che ha sintetizzato ben 15 anni della sua vita.

Quando e come ha saputo di avere in tasca il biglietto per poter avere un seggiolino a bordo di una missione spaziale?
Nel 1991, ero andato a Roma per un incontro in quella che allora era la nostra agenzia spaziale. Era una sorta di intervista investigativa che veniva fatta individualmente. 2 giorni dopo, mentre ero in albergo, venni raggiunto da una telefonata del direttore Carlo Buongiorno che mi informava della mia selezione per la missione. La stampa aveva già rilanciato la notizia e Buongiorno – un po’ irritato – pensava che fossi stato io a parlare con i giornalisti. Ma io lo seppi in quel momento da lui e in quello strano modo.

Qual è stato il momento della sua esperienza che focalizza meglio la sua epopea?
Quando ho scritto il mio libro (“La Vetta” - ndr), è stato quello il momento in cui ho dovuto mettere insieme le mie memorie. Scrivere il libro mi ha aiutato a rivivere e focalizzare la mia esperienza nello spazio a distanza di tempo.

Quali sono invece i momenti nello spazio che ricorda con maggior piacere o faciltà?
Ce ne sono diversi. La conversazione con il Presidente del Consiglio dell’epoca Giuliano Amato ad esempio, fu per me importante anche dal punto di vista comunicativo.
La mia missione ebbe anche qualche problema con l’esperimento del “satellite a guinzaglio”. In quel frangente abbiamo sconfinato e infranto le regole di volo che ci volevano attivi per 16 ore al giorno. Dover ovviare a quell’anomalia ci fece lavorare a lungo fino alla messa sotto controllo del satellite. Fu un momento intenso.
Poi c’è un episodio che ricordo spesso e riguarda un floppy disk. All’epoca sullo shuttle avevamo dei computer e usavamo dei floppy disk per salvare i risultati degli esperimenti e i dati. Ne avevo circa una dozzina e al termine dell’utilizzo li inserivo in un astuccio con delle tasche appeso alla parete dell’Atlantis. Al termine dell’utilizzo di un floppy, forse non lo misi correttamente nell’astuccio e successivamente mi accorsi che non era al suo posto. Ovviamente nello spazio, in microgravità le cose “volano” e bastano piccole correnti per influenzarne le traiettorie. Con un po’ di imbarazzo andai dal comandante per informarlo dello smarrimento del floppy disk. Il comandante mi consigliò di andare a vedere nella griglia di aspirazione del gabinetto. Il dischetto era lì.

Ricorda cosa faceva la notte dell’Apollo 11 nel luglio 1969? Quanto ha influito sul suo futuro quella notte?
Ero a casa con la mia famiglia a Genova, seguimmo l’impresa alla TV come molti altri quella notte. Rimasi colpito dalla telecronaca di Tito Stagno e dal siparietto legato al momento dell’allunaggio in cui c’era disaccordo tra lo studio e l’inviato. In quel momento Tito Stagno divenne popolare quanto Neil Armstrong!
Devo dire per il resto che guardai con interesse ma non con eccessiva passione quell’evento.
Mi aveva colpito maggiormente la missione Apollo 8, quella che per la prima volta circumnavigava la Luna e andava a vedere quello che è il “lato nascosto” del nostro satellite.

Il programma Apollo ci ha insegnato quanto sia importante la divulgazione e una corretta comunicazione delle missioni astronautiche e della scienza. Qual è la sua visione della divulgazione scientifica?
La divulgazione scientifica è importantissima. Secondo me esistono quattro livelli di conoscenza delle cose:
1 – Quello in cui si legge e comprende quanto letto
2 – Quello in cui si supera un esame e si dimostra di aver assimilato quanto studiato
3 – Quello in cui si è in grado di tenere una lezione, e quindi si riesce a trasmettere quanto assimilato
4 – Quello divulgativo, il più alto, quello in cui conosci così bene un argomento da riuscire a farlo apprezzare dagli altri

Quali sono i suoi programmi per il futuro?
Quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario del mio volo nello spazio e sono molto impegnato, in collaborazione con il Comune di Busalla e l’Assessorato alla Cultura, per l’organizzazione del Festival dello Spazio. Un evento che ho fortemente voluto e al quale tengo molto.
Dal 27 al 31 luglio, a Busalla riuniamo il meglio dell’astronautica italiana grazie alla collaborazione con i grandi player nazionali. Tra l’altro, a poche ore dal suo lancio con la Soyuz, avremo anche un collegamento con il mio amico Paolo Nespoli.
Il programma completo è disponibile all’indirizzo http://www.festivaldellospazio.com/

Emmanuele Macaluso

martedì 13 giugno 2017

INQUINAMENTO LUMINOSO: ANALISI DI UN PROBLEMA GLOBALE


Abstract:
L’articolo vuole dare una visione aggiornata, al momento della stesura, circa il fenomeno dell’inquinamento luminoso in Italia e i relativi effetti sull’ambiente, la salute dell’uomo e i fattori sociali ad esso correlati. L’analisi comunicativa vuole mettere in evidenza andamenti e potenziali evoluzioni delle linee guida comunicative, strategiche e divulgative.

(Uno scorcio del lato non illuminato del nostro pianeta ripreso dalla Stazione Spaziale Internazionale – Copyright Nasa / Esa)

Premessa:
Uno dei primi fattori con il quale un divulgatore scientifico entra in contatto confrontandosi con la platea è la necessità di mettere in evidenza la differenza tra valore reale e valore comunemente percepito. Le percezioni legate al fenomeno dell’inquinamento luminoso che abbiamo riscontrato preparandoci alla stesura di questo articolo sono molte. Attraverso questa analisi desideriamo fare “il punto della situazione” in relazione alle ricadute sull’ambiente e sull’uomo dell’inquinamento luminoso e mettere in evidenza alcune carenze di natura socio-culturale legate proprio a questo tema.

Il primo valore percepito da sfatare è quello che vuole l’inquinamento luminoso come un problema che interessi solo astronomi, astrofili e “amanti del cielo”.  

Questa comune visione probabilmente è dettata da una divulgazione scorretta, non tanto dal punto di vista del linguaggio, quanto per la scelta dei canali di comunicazione adottati per raggiungere una platea che spesso non è massificata, ma di nicchia. In divulgazione, come in comunicazione e nel marketing, il concetto causa-effetto è diretto. Se ci troviamo di fronte ad un’idea errata da parte della popolazione su una questione scientifica (effetto), si deve tornare indietro nel processo divulgativo e cambiare qualcosa nei canali e nei protocolli di comunicazione. In altre parole bisogna lavorare sulla causa, cercando di comprendere i meccanismi in grado di trasformare un “fattore di nicchia” in un “fattore di massa”.

Nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicate le attività divulgative dedicate alla lotta all’inquinamento luminoso. Vengono organizzati convegni internazionali per affrontare questo problema e sono nate attività interessanti di azione “partecipativa”. Ma chi partecipa generalmente a queste attività? Come vengono promosse? Ai convegni continuano a partecipare esperti e scienziati, mentre gli abstract e i reportage di questi incontri e degli studi che rivelano realtà talvolta inquietanti – e di interesse pubblico – si continuano a trovare in ambiti specifici, su siti e riviste di settore. Sarebbe opportuno attivare azioni non solo di divulgazione ma di sensibilizzazione di massa attraverso la creazione di media partnership ad ampio spettro, utilizzando canali, fattori tecnici comunicativi e linguaggi che raggiungano l’opinione pubblica e la sensibilizzino al punto da creare un fattore di pressione sociale nei confronti di chi legifera.
Attraverso questo articolo quindi, desideriamo dichiarare che l’inquinamento luminoso è un problema serio e reale, con ricadute dirette e indirette sulla salute dell’uomo, degli animali e del pianeta. Un problema che riguarda tutta l’umanità

Inquinamento luminoso: definizione e descrizione del fenomeno
La foto pubblicata all’inizio di questo articolo è sicuramente intensa e di grande effetto. Rappresenta uno scorcio della Terra ripresa dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS - International Space Station - ndr) durante uno dei suoi 15,5 passaggi giornalieri sul lato non illuminato del pianeta. La presenza dell’uomo è evidente. Città e agglomerati urbani sono ben visibili e riconoscibili.
Per quanto possa essere affascinante, questa foto rappresenta perfettamente il fenomeno dell’inquinamento luminoso. Per comprenderlo dobbiamo fare un piccolo sforzo nel cambiare il punto di prospettiva di questa immagine. L’uomo infatti si è evoluto per vivere sulla Terra, guardare e interagire con il suo ambiente circostante, compreso il cielo. Solo pochi membri della razza umana hanno l’opportunità di vivere per un periodo attorno al pianeta e godere di questa visione. Molto del fascino di questa immagine è data dalla prospettiva inedita che ci regala e che noi non potremmo vedere in prima persona. La verità purtroppo è che la maggior parte della popolazione mondiale – praticamente tutta – si trova dentro quegli ammassi luminosi e da lì non riesce guardare il cielo e lo spazio. Quella luce artificiale che ci circonda non ci permette di godere, a nostra volta, di spettacoli naturali affascianti e a noi sconosciuti. Eppure sono lì. Ogni singolo giorno.

Definizione di Inquinamento luminoso: Secondo Pierantonio Cinzano (1), per inquinamento luminoso si intende qualunque alterazione della quantità naturale di luce presente di notte nell'ambiente esterno e dovuta ad immissione di luce di cui l'uomo abbia responsabilità.
Una delle prime cose che colpisce leggendo la definizione è l’utilizzo della parola “alterazione”, perché come in altre tipologie di inquinamento, fa ben comprendere il “peso” che l’essere umano imprime sull’ambiente che lo circonda.
La seconda riflessione è di natura deduttiva. Si evince infatti che non esiste il concetto di buio assoluto. Questo perché il cielo e gli astri che lo riempiono rappresentano una fonte di illuminazione, che risulta limitata ai nostri occhi a causa dell’illuminazione artificiale che ci circonda.
A questo si aggiunga un altro fattore negativo, secondo il quale l’inquinamento luminoso, rispetto ad altri tipi di inquinamento, ha la capacità di colpire aree in cui non vi è la presenza diretta dell’uomo.

La gravità del fenomeno, come spesso capita, è ben comprensibile attraverso alcune statistiche:
- La Via Lattea è invisibile ad un terzo dell’umanità. In questa statistica rientrano il sessanta per cento degli europei e l’ottanta per cento della popolazione nord americana.
- L’ottanta per cento della popolazione mondiale (di questa il 99% della popolazione statunitense ed europea), vive sotto un cielo inquinato da luci artificiali e con la preclusione alla vista del cosmo.

In questo contesto, la situazione dell’Italia si pone in modo drammatico al centro del problema, con statistiche impietose:
- L’Italia è tra i Paesi più industrializzati, quello che ha il triste primato dell’inquinamento luminoso.
- L’ottanta per cento della popolazione italiana non riesce a vedere la Via Lattea e un cielo stellato incontaminato.

Questa la fotografia che è emersa dal “The new world atlas of artificial night sky brightness(2), (Nuovo atlante mondiale della luminosità artificiale del cielo notturno – ndr), pubblicato nel giugno del 2016 sulla prestigiosa rivista scientifica Science Advance.  L’atlante è frutto del lavoro di un team internazionale che vede la presenza  di ben 3 membri italiani: Fabio Falchi, Pierantonio Cinzano e Riccardo Furgoni.
Tutti e tre i ricercatori appartengono all’Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso (Light Pollution Science and Technology Institute - ndr) di Thiene in provincia di Vicenza.

Nell’immagine presentata di seguito, e facente parte dell’Atlante, si può evincere quanto la situazione in Europa, e soprattutto in Italia, possa essere definita  grave e drammatica.

(Immagine dell’Europa tratta da “The new  world atlas of artificial night sky brightness”, Science Advance,
10 june 2016, Vol 2, n° 6 – Copyright Science Advance e rispettivi titolari)

Ma come abbiamo indicato nella premessa non si tratta “solo di un fattore osservativo”. È giunto quindi il momento di porre delle domande alle quali provare a dare una risposta nei prossimi paragrafi.
- Quali sono gli effetti dell’inquinamento luminoso sull’essere umano?
- Quali sono gli effetti sulla flora, la fauna e l’ambiente?
- Quali sono gli effetti in termini di sicurezza?
- Quali sono le ricadute economiche del fenomeno?

La salute:
Il nostro corpo si è evoluto seguendo le necessità e l’esistenza dell’alternanza tra il giorno e la notte. Tra la luce e il buio. L’essere umano è soggetto a quello che si chiama ritmo circadiano.

Definizione di ritmo circadiano: Secondo l’enciclopedia Treccani (3) per ritmo circadiano, si intende il Ciclo che si compie all'incirca ogni 24 ore, con cui si ripetono regolarmente certi processi fisiologici.
I ritmi circadiani sono regolati da fattori interni (il cd. orologio biologico) ed esterni (per es. luce e temperatura). Nelle piante, sono esempi di r.c. i movimenti di apertura e chiusura degli stomi, così come l'apertura e la chiusura di certi fiori. Negli animali, seguono un r.c. il ciclo sonno-veglia e la produzione di alcuni ormoni (per es. la melatonina secreta dall'epifisi).

L’esposizione prolungata  del corpo umano alla luce artificiale modifica e altera i naturali ritmi circadiani. Questo problema è all’attenzione di molte prestigiose università e dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si è scoperta un’alterazione estremamente grave del nostro bioritmo nell’alternanza giorno/notte.
La ghiandola pineale infatti, ha il compito di produrre serotonina di giorno e melatonina di notte, mentre il nostro corpo non viene illuminato.
Per questa ragione, proprio l’OMS ha inserito l’inquinamento luminoso tra i fattori “probabilmente cancerogeni”. Questa indicazione è avvenuta dopo studi scientifici e statistici che hanno evidenziato una più alta insorgenza di tumori tra coloro che per motivi professionali operano di notte, quindi sotto illuminazione artificiale. Nelle donne si è osservata una più alta incidenza nel tumore al seno, mentre negli uomini è stato identificato come critico un probabile aumento del tumore alla prostata.

Inoltre, l’alterazione del ritmo circadiano ha ricadute negative sulla qualità del sonno con evidenti conseguenze dirette e indirette sulla qualità della vita e la salute.
Tra le principali patologie derivanti dai fattori di cui sopra troviamo: depressione, diabete, depressione del sistema immunitario e obesità.

Per coloro che volessero approfondire l’argomento, comunichiamo che gli studi, le analisi e tutte le pubblicazioni dedicate a questi fenomeni medici sono disponibili nei database di università, riviste scientifiche e dalla stessa OMS. Al contrario di quanto avvenuto talvolta in altri campi medici e scientifici, quello che colpisce è la coerenza e la conversione dei dati da parte di molti dei team internazionali coinvolti a livello globale in questo tipo di ricerche.
Volutamente, non forniamo link o indicazioni specifiche, proprio per lasciare libero il lettore di poter fare le proprie ricerche secondo le fonti che ritiene più opportune.

Ambiente: (flora e fauna)
Nella definizione dell’enciclopedia Treccani relativa al ritmo circadiano che abbiamo incontrato nel paragrafo relativo alla salute troviamo la seguente affermazione: “Nelle piante, sono esempi di r.c. i movimenti di apertura e chiusura degli stomi, così come l'apertura e la chiusura di certi fiori”.
Si evince quindi che anche la flora subisce in modo diretto gli effetti dell’inquinamento luminoso.
La salute della flora mondiale, purtroppo, si trova quasi sotto assedio.
Questo perché oltre all’inquinamento luminoso, che sottolineiamo ancora, interessa anche luoghi come le riserve naturali nei quali non c’è la presenza diretta dell’uomo, bisogna prendere in considerazione anche altre forme di inquinamento e il riscaldamento globale, con tutte le sue ricadute sui cicli stagionali che ormai sono irregolari. Le piante ci stanno insegnando che può “impazzire” anche chi non ha un cervello.

Anche gli animali stanno subendo gli effetti dell’inquinamento luminoso. Come gli uomini infatti, il ritmo circadiano interessa anche gli animali e regola tutte le attività del ciclo giorno/notte. Di conseguenza, si stanno alterando anche le funzioni bioritmiche e vitali di specie che non possono essere definite “domestiche”.
In relazione al mondo animale, dobbiamo prendere in considerazione un altro fattore molto importante che interessa le specie migratorie, e in particolar modo i volatili. Per gli uccelli che regolano i propri cicli vitali attraverso la migrazione in aree di temperatura congrue durante l’anno, le stelle rappresentano dei punti di riferimento. Delle vere e proprie “guide” da seguire per raggiungere il punto di sosta successivo. Un po’ come per noi l’utilizzo del navigatore durante i nostri viaggi.
L’inserimento di luci artificiali nell’ambiente tende a “confondere” i flussi migratori e gli animali che li compiono. Sono sempre più frequenti i casi di ritrovamento di animali deceduti in aree lontane da quelle  in cui dovrebbero trovarsi.

Sicurezza:
Questo è uno di quei temi in cui il valore percepito e la credenza popolare si allontanano maggiormente dalla realtà. L’assioma più comune è “più illuminazione = maggiore sicurezza”. Nulla di più lontano dalla realtà.
Avere una strada eccessivamente illuminata, crea una maggior difficoltà per l’occhio umano di scorgere pericoli nascosti negli anfratti dove la luce non può arrivare. Se una persona con cattive intenzioni nei confronti di un altro soggetto si nascondesse in un “cono d’ombra”, il malcapitato avrebbe maggiori difficoltà a scorgerla. Per comprendere meglio questo concetto si pensi a quando in una giornata assolata si entra con la propria auto all’interno di un tunnel non molto illuminato. Nei primi secondi, gli occupanti dell’auto cercano solo di tenere il giusto senso di marcia e hanno una capacità di visione limitata se non addirittura nulla.
La sicurezza quindi non è garantita dalla maggiore illuminazione, ma dalla migliore illuminazione.
Questo significa che deve essere costante e ben distribuita, e non deve creare una forte differenza tra le zone di luce e quelle d’ombra.
Ma ancor di più, osservando con maggiore attenzione si potrebbe comprendere quanto l’illuminazione abbia in realtà un potere abbastanza limitato nella prevenzione della microcriminalità.
Sarebbe opportuno domandarci quindi se abbia un potere deterrente maggiore una strada eccessivamente illuminata o una strada correttamente illuminata, in cui sono presenti telecamere attive e ben segnalate.

Situazione in Italia: fattori economici e politici:
Una delle tendenze nell’illuminazione pubblica in Italia vede il passaggio dalle vecchie lampadine al LED. Questa evoluzione viene comunicata come un fattore di notevole diminuzione della spesa pubblica unita ad un potenziale miglioramento dell’illuminazione e della sicurezza. Allo stato attuale dei fatti però non è così.
Il posizionamento di nuovi lampioni e/o, in alcuni casi, la modifica dei lampioni già in essere, rappresenta un forte investimento da parte degli enti pubblici interessati da questa operazione. In più si sarà notato, laddove sia stato già effettuato questo passaggio, che la luminosità è molto forte.
Il LED dal punto di vista gestionale ha dei vantaggi, soprattutto in ambito di manutenzione, con una vita media più lunga rispetto alle lampadine tradizionali. Tuttavia, l’utilizzo della tecnologia LED in modo così “spinto” tende ad abbattere il rapporto positivo tra costi/benefici.
Un altro fattore non a favore dell’attuale utilizzo riguarda la tecnologia LED stessa. I LED più efficienti infatti hanno una luce molto “fredda” con una forte componente blu (oltre i 6.000 K). Per migliorarne il confort visivo bisognerebbe andare su tonalità più calde, con una riduzione però in termini di efficienza. Come abbiamo visto nel paragrafo dedicato alla salute, questo tipo di approccio ha ricadute dirette e indirette. (4)
Dal punto di vista legislativo, la situazione è molto complessa. Come succede in altri ambiti in Italia, la paternità legislativa è affidata alle regioni. Di conseguenza, non è possibile legiferare a livello nazionale. Attualmente ci sono regioni che non hanno intrapreso nessun tipo di azione nei confronti di questo problema e altre che si stanno muovendo più attivamente. Oltre alle difficoltà dettate dalla non omogeneità dell’azione sul territorio, bisogna prendere in considerazione le azioni messe in atto dalle associazioni e dai gruppi di interesse dei produttori, che non auspicano un cambio immediato dal punto di vista legislativo, visto che verrebbero messi in dubbio molti contratti in essere con gli enti pubblici che stanno investendo nel passaggio al LED. Un potenziale danno economico di milioni di euro, che però, nei fatti, non sta abbattendo i costi delle bollette energetiche del Paese.
Oltre all’illuminazione pubblica, il fenomeno dell’inquinamento luminoso ha un altro grande alleato: l’illuminazione privata. Insegne, luci sui balconi lasciate accese e altre fonti luminose fanno lievitare i costi di gestione del sistema economico legato all’energia elettrica e contribuiscono agli effetti negativi che abbiamo già incontrato nel corso di questo articolo.
A tal proposito dobbiamo prendere in considerazione anche alcuni costi indiretti legati all’inquinamento luminoso. Tra queste, le ricadute sul sistema sanitario nazionale. Un aumento dell’incidenza di patologie crea malati che diventano pazienti, con costi che ricadono sul sistema sanitario  pubblico.
A questi si possono aggiungere anche i costi per la ricerca scientifica e astronomica. A causa dell’incidenza dell’inquinamento luminoso portano molti nostri astronomi, astrofisici e ricercatori a dover effettuare le loro ricerche all’estero, con un aumento dei costi notevoli rispetto alle ricerche autoctone.
E la lista dei costi indiretti potrebbe essere molto più lunga.

Il contatto con il cielo
Fin dalla sua apparizione sul pianeta, l’uomo ha sempre avuto un contatto diretto con il cielo. Dal punto di vista antropologico e sociale esiste un filo invisibile che collega l’essere umano al cosmo. Legame che è stato portato in diversi ambiti sociali. Dall’economia all’agricoltura, passando dalla ricerca scientifica fino a quelli culturali.
Intere economie fondate sull’agricoltura si basano sulle fasi lunari e le stagioni, mentre le più “evolute” che stanno tentando di utilizzare le fonti di energia rinnovabili si basano sull’alternanza giorno/notte e lo sfruttamento dell’energia che scaturisce dal sole.
Nell’aprile del 2016, durante un’intervista sull’inquinamento luminoso (5), l’astronomo Alberto Cora (Osservatorio Astrofisico INAF di Torino), ha raccontato un case history molto indicativo. Il 17 gennaio 1994 un terremoto colpì la città di Los Angeles negli Stati Uniti d’America. A causa del sisma, intere aree della città vennero isolate e rimasero al buio. I centralini della polizia, dei vigili del fuoco e del locale osservatorio vennero presi d’assalto perché molti videro nel cielo una strana (in alcuni casi spaventosa) luminescenza. Era la Via Lattea.
La maggior parte dei bambini e dei giovani adulti del mondo non ha mai visto la Via Lattea, la galassia della quale facciamo parte, il piccolo borgo al quale apparteniamo all’interno dell’universo.
Sempre nel corso della stessa intervista, Cora metteva in risalto anche un altro fattore sociale e antropologico di grande impatto.
Vedere il cielo aiuta a combattere la superstizione”. Questa è una cosa che emerge spesso durante le visite serali all’osservatorio del quale l’astronomo è addetto alle relazioni esterne. Gli amanti degli oroscopi e dell’astrologia infatti, non potendo vedere il cielo, hanno difficoltà a vedere che i parametri sui quali basano la loro pseudoscienza sono errati. Infatti è risaputo che  le costellazioni “zodiacali” siano 13 e non 12. In più, a causa della precessione, le costellazioni sono tutte sfalsate di circa 30 gradi. Semplificando, quando si cerca il proprio “segno zodiacale”, bisognerebbe prendere in considerazione quello precedente a quello indicato dagli almanacchi. Anche in questo caso, al di là della “amatorialità” il giro d’affari è enorme.

Conclusioni:
Come abbiamo osservato – e dimostrato – l’inquinamento luminoso è un grave problema. Come tutti i problemi deve essere risolto, anche se la soluzione, come spesso accade, è rappresentata da un insieme complesso di piccole e medie soluzioni che risiedono e devono essere operate in ambiti diversi, ma in modo coordinato.
Tuttavia ci sono interessi e una situazione legislativa magmatica e disomogenea che rendono la risoluzione del problema difficile e ancora lontana nel tempo.
Nel corso degli anni sono aumentate le attività divulgative e tecniche in grado di coinvolgere i non addetti ai lavori. Tra queste quella della “BuioMetria Partecipativa” (6) che consigliamo di cercare.
Dal punto di vista strategico, c’è la necessità di cambiare il paradigma comunicativo e tecnico.
Nel 2009 a causa di una “pandemia”chiamata H1N1 è stata creata una forte pressione mediatica, che a sua volta ha creato una forte pressione sociale in grado di “obbligare” molti Paesi ad acquistare i vaccini. Vaccini che poi non sono stati utilizzati, durante e dopo una pandemia che ha avuto un numero di decessi inferiori rispetto a molte altre influenze.
La società rappresenta “volumi”, che possono essere quantificati e soprattutto possono sviluppare il loro diritto di opinione sotto diverse forme democratiche. Risulta quindi opportuno, dal punto di vista strategico attuare un nuovo modello di divulgazione scientifica massificata, anche privato se necessario.
Quel che è certo, al di là dell’entità del problema, sono le ricadute e gli effetti che è ormai dimostrato l’inquinamento luminoso abbia negli ambiti che abbiamo individuato in questo articolo.

Emmanuele Macaluso (7)

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Nota: La posizione di TheCOSMOBSERVER circa l’inquinamento luminoso
TheCOSMOBSERVER si rende disponibile a valutare progetti di divulgazione e comunicazione on e off line al fine di poter dare il proprio contributo nel miglioramento dell’attuale situazione dell’inquinamento luminoso in Italia e all’estero.


Note biografiche:
> (1) Pierantonio Cinzano è membro dell’Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso (Light Pollution Science and Technology Institute) di Thiene, Italy. E’ uno dei firmatari del “The new  world atlas of artificial night sky brightness” del 2016
> (2) Falchi F., Cinzano P., Duriscoe D., Kyba C. M. C., Elvidge C. D., Baugh K., Portnov B. A., Rybnikova N. A., Furgoni R., “The new  world atlas of artificial night sky brightness”, Science Advance, 10 june 2016, Vol 2, n° 6, e 1600377, DOI 10.1126, sciadv.1600377, http://advances.sciencemag.org/content/2/6/e1600377
> (4) M. Nathaniel Mead, “Benefits of Sunlight: A bright Spot for Human Healt”, Enviromental Health Perspectives vol. 114, n° 4 aprile 2008
> (5) Macaluso E., “Personaggi e personalità: Intervista ad Alberto Cora sull’inquinamento luminoso”, TheCOSMOBSERVER, 7 aprile 2016, https://thecosmobserver.blogspot.it/2016/04/personaggi-e-personalita-intervista-ad.html
> (6) Giacomelli A., “Misuriamo il buio del cielo con la BuioMetria partecipativa”, Nuovo Orione n° 300 pag. 26, maggio 2017, Gruppo B Editore
> (7) Short bio disponibile qui: http://thecosmobserver.blogspot.it/p/chi-siamo.html

Altri siti visitati per la redazione dell’articolo: