giovedì 23 novembre 2017

PERSONAGGI E PERSONALITA’: FABIO FALCHI



Fabio Falchi è uno dei massimi esperti mondiali di inquinamento luminoso. È il primo autore dell’Atlante Mondiale dell’Inquinamento Luminoso (pubblicato sulla rivista scientifica “Science Advances” nel giugno 2016), ricercatore presso l’ISTIL (Light Pollution Science e Technology Institute) ed è il presidente di CieloBuio – Coordinamento per la protezione del cielo notturno.

(Nella foto Fabio Falchi – Credits: Emmanuele Macaluso per Cosmobserver)

È un pomeriggio di metà novembre, quando incontriamo Fabio Falchi presso l’Osservatorio Astronomico di San Benedetto Po in provincia di Mantova. Dopo le presentazioni, non abbiamo iniziato subito l’intervista come da prassi, ma è iniziato un confronto sul tema dell’inquinamento luminoso e sulla divulgazione di massa di questo problema. Un confronto che non solo ha riscontrato una “visione comune” del tema, ma ha messo in evidenza la grande passione, la competenza tecnica e la determinazione di Falchi.
Una competenza sviluppata in più di 35 anni, grazie - anche - alla collaborazione con un team di esperti e scienziati che ha preso forma a livello globale.

La prima domanda è d’obbligo: Quando è iniziato il tuo interesse per l’inquinamento luminoso?
Era il 1981, avevo letto un articolo di Piero Bianucci sulla testata “L’Astronomia”. Bianucci trattava il tema dell’inquinamento luminoso relativamente ad una ricerca della Specola Vaticana per l’individuazione di un luogo per il posizionamento del grande telescopio italiano che è stato successivamente costruito alle Canarie.
Allora ero già un astrofilo, e la mia passione per il cielo mi metteva di fronte a questo problema. Con l’andare avanti del tempo tuttavia, ed entrando più a fondo nel problema e nella sua evoluzione, mi sono reso conto che l’aspetto astronomico  andava in secondo piano rispetto ad altre questioni come le ricadute sulla salute e sull’ambiente.
Mi è stato chiaro fin da subito che alla mia generazione veniva preclusa la possibilità di vedere lo stesso cielo stellato che vedevano i nostri nonni. Eppure il contatto con il cielo è estremamente importante.
Mi viene in mente un aneddoto, secondo il quale, alcuni soldati americani impiegati in Afghanistan, guardando il cielo si sentivano più vicini a casa, perché riconoscevano le stesse costellazioni che potevano vedere anche dagli Stati Uniti. Evidentemente in patria avevano la fortuna di vivere in aree non inquinate.

Parlaci dell’Atlante Mondiale dell’Inquinamento Luminoso
È stato un lavoro di squadra. Avevamo già lavorato ad una prima versione dell’Atlante nel 2001. Oltre a me, in quel progetto erano impegnati Pierantonio Cinzano e Chris Elvidge del NOOA.

L’Atlante voleva essere innovativo rispetto ai lavori precedenti. Invece di analizzare ed elaborare le “mappe da abitanti” che contengono i “dati di popolazione” delle aree abbiamo voluto lavorare sui “dati da satellite”.
Il lavoro ovviamente è iniziato prima del 2001. Era infatti il 1996 quando, lavorando alla mia tesi di fisica, e volendo fare delle mappe sull’inquinamento luminoso contattai Chris Elvidge. Siamo riusciti ad utilizzare i dati dei satelliti metereologici militari del DMSP (Defense Meteorological Satellite Program). Questo programma satellitare esiste dalla fine degli anni ’60. I satelliti vengono spesso aggiornati o sostituiti con strumenti di bordo che hanno una sensibilità sempre maggiore.
Ovviamente l’Atlante non è semplicemente un insieme di foto scattate da satellite, è diverso, rappresenta infatti una sofisticata elaborazione che tiene conto di come si propaga e come si diffonde la luce nella nostra atmosfera. “Per ogni pixel, quindi per ogni sito sul pianeta, andiamo a valutare tutti i contributi alla luminosità del cielo in quel sito dovuti alle luci artificiali nel raggio di 210 km”.  

Ora, per chi non si occupa di informatica sicuramente non sarà facile comprendere fino in fondo questo dato. Per renderlo più comprensibile basti pensare che 40 computer hanno lavorato per settimane ininterrottamente al fine di ottenere la mappa dell’inquinamento luminoso che vediamo nell’Atlante.

Dopo il 2001 vi fu l’intenzione di produrre un secondo Atlante. Per diverse ragioni non siamo riusciti a farlo in tempi rapidi. Ci fu una versione intermedia del 2013, ma abbiamo preferito aspettare i dati del sensore VIIRS montato a bordo del SUOMI NPP (National Polar-Orbiting Partnership) che è stato lanciato nel dicembre 2012. Abbiamo atteso i dati e li abbiamo elaborati nella primavera 2015.
La prima “uscita pubblica” del nuovo Atlante è avvenuta attraverso una mia presentazione alla General Assembly dell’International Astronomical Union (IAU) che si è svolta ad Honolulu (Isole Hawaii).
L’Atlante è stato poi pubblicato su “Science Advance” nel giugno 2016 ed è disponibile a questo link http://advances.sciencemag.org/content/2/6/e1600377.
L’Atlante ha suscitato un grande interesse dal punto di vista mediatico, così come certificato da “Altimetric” nella sua Top 100 del 2016. (1)
Una cosa che mi piace sottolineare, è che tutto il team italiano di questo progetto (Falchi, Cinzano e Furgoni ndr) è composto da volontari.

Parlaci della pubblicazione su “Science Advance”
Nel dicembre 2015 proponemmo la pubblicazione secondo le procedure a “Nature” e aspettammo una risposta. Nell’ambito delle riviste scientifiche è previsto che non si possano fare “invii in contemporanea” e quindi attendemmo. Ottenemmo una risposta da parte di “Nature” dove ci veniva consigliato di proporlo ad un’altra rivista dello stesso gruppo che è “Nature Communication”.
Sottoponemmo quindi il lavoro a “Science”, pubblicata dall’American Association for the Advancement of Science, e dopo circa un mese, ricevemmo una risposta nella quale ci consigliavano una pubblicazione su “Science Advances”. Optammo per questa strada e l’Atlante Mondiale dell’Inquinamento Luminoso venne pubblicato su “Science Advances” nel giugno del 2016.

Quali sono i prossimi obiettivi del lavoro della tua squadra e di CieloBuio?
Dobbiamo dividere gli obiettivi in 2 grandi aree: obiettivi scientifici e obiettivi politici e normativi.

Obiettivi scientifici: Stiamo lavorando ad una versione dell’Atlante più approfondita dal punto di vista statistico, perfezionando le mappe a livello regionale e provinciale per l’Europa e a livello di stati e contee per gli USA. Vorremmo pubblicare un nuova versione dell’Atlante - con una serie di innovazioni che stiamo sviluppando - verosimilmente tra il 2019 e il 2020. (2)

Obiettivi politici e normativi: Bisogna dare merito a CieloBuio se noi in Italia siamo quelli più all’avanguardia a livello di norme regionali, ma c’è ancora molto da fare ovviamente. Non esiste de facto una normativa a livello nazionale in Italia, e quindi siamo costretti a lavorare “su più tavoli” a livello regionale. Ovviamente le normative vigenti sono estremamente restrittive secondo coloro che inquinano, e troppo blande per chi si interessa alle ricadute dell’inquinamento luminoso sulla salute e l’ambiente. E’ sotto gli occhi di tutti, letteralmente, il peggioramento della situazione negli anni, a conferma della necessità di rendere ancora più efficaci le leggi per il controllo del fenomeno.
In tutte le leggi c’è un paradosso di fondo, perché si è riusciti a raggiungere dei parametri corretti a livello di singolo impianto, tuttavia non vi è un limite massimo al numero degli impianti che si possono installare. Come si può facilmente comprendere, questo rende inadeguata la normativa nella sua finalità di riduzione del fenomeno.

Dal punto di vista normativo, siamo allarmati da alcuni parametri indicati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Patrimonio e del Mare attraverso i CAM pubblicati lo scorso mese di ottobre.
I CAM sono i Criteri Ambientali Minimi indicati dal Ministero competente. Quelli di ottobre rappresentano la seconda versione, la prima era del 2013. Come CieloBuio siamo stati invitati al tavolo di lavoro per dare il nostro contributo, ma siamo stati inascoltati.

In quella sede abbiamo indicato due parametri:
- Il primo era la “schermatura totale” degli impianti per cercare di limitare l’inquinamento verso l’alto. All’interno del CAM si danno parametri di schermatura parziali che sono meno efficaci di molte leggi regionali attualmente vigenti.
- La seconda era la “limitazione sostanziale delle emissioni nella parte blu dello spettro”, che sono quelle che si diffondono maggiormente nell’atmosfera, hanno una diffusione fastidiosa all’interno dell’occhio e sono i più dannosi per la salute. (3)

La ricerca dell’efficienza come unico obiettivo porta a conseguenze ambientali negative in quasi tutti i parametri. Per fare un paragone, potremmo prendere in considerazione un’auto alla quale togliamo tutti i sistemi di protezione ambientale, come i filtri presenti nel tubo discarico. L’auto percorrerebbe molti più chilometri con un litro, sarebbe più efficiente quindi, ma cosa succede all’inquinamento atmosferico nelle nostre città? Voi rimarreste accanto ad un’auto rumorosa con i gas di scarico che in pratica escono direttamente dal motore senza alcun filtro?

Quando salutiamo Fabio Falchi è ormai buio e alzando gli occhi al cielo, nel cortile dell’Osservatorio Astronomico di San Benedetto Po, in piena campagna, intravvediamo la Via Lattea, ma non riusciamo a vederla in modo definito. Abbassiamo lo sguardo e guardiamo Fabio Falchi certi che andrà avanti nelle sue attività scientifiche e divulgative. Noi di Cosmobserver ne daremo notizia.

Di seguito i contatti di CieloBuio - Coordinamento per la protezione del cielo notturno


Emmanuele Macaluso


NOTE:
(1) “Altimetric” indica l’articolo di “Science Advances” dedicato all’Atlante Mondiale dell’Inquinamento Luminoso al decimo posto nella sua Top 100 del 2016, al terzo nelle scienze fisiche e primo tra i lavori guidati da italiani. L’articolo è stato ripreso più di 400 volte tra articoli, servizi radio e TV in tutto il mondo. Dati consultabili al link https://www.altmetric.com/top100/2016/
(2) Ne daremo notizia approfondita al momento dell’uscita.
(3) Consigliamo di leggere il paragrafo relativo alla salute dell’articolo “Inquinamento luminoso: Analisi di un problema globale” a questo link http://thecosmobserver.blogspot.it/2017/06/inquinamento-luminoso-analisi-di-un.html

venerdì 13 ottobre 2017

RECENSIONE: “DA TORINO VERSO MARTE” di Maurizio Maschio



Da Torino verso Marte” è un libro che non può mancare nelle librerie degli appassionati di aviazione e di spazio.
Il libro, è un saggio che racconta la storia dell’aviazione e dell’aeronautica in parallelo alla storia della città che viene conosciuta “nell’ambiente” come la “Houston d’Italia”: Torino.
L’autore – il giornalista Maurizio Maschio – ha svolto un lavoro notevole, non solo nella ricerca delle informazioni ma anche delle fonti fotografiche, ripercorrendo tutta l’epopea del volo, che si lega a filo doppio con la storia della capitale sabauda.
Dai primi voli con i palloni aerostatici ai primi balzi dei rudimentali aeroplani di inizio ‘900, attraverso la creazione dell’industria aeronautica che si è evoluta in un vero e proprio distretto astronautico di eccellenza.
Il libro elenca i molti record dell’aviazione italiana che sono avvenuti a Torino e mette in evidenza i profili umani e professionali dei grandi protagonisti del cielo e dello spazio. Uomini e donne che, attraverso il loro ingegno e le loro imprese, hanno caratterizzato un secolo di storia italiana. Un’influenza che dal cielo ha investito la moda, la cultura e la società italiana.
Consigliamo la lettura per comprendere come la nostra quotidianità sia molto più vicina allo spazio e al cielo di quanto possiamo immaginare, ovviamente non solo ai torinesi, ma a tutti coloro che guardano sempre in alto e… oltre.

Emmanuele Macaluso

Titolo: Da Torino verso Marte
Sottotitolo: Dalla conquista del cielo alla conquista dello spazio
Autore: Maurizio Maschio
Prefazione: Angelo Moriondo – Presidente Aeroclub Torino
Pagine: 205 con foto b/n e colori
Editore: Daniela Piazza Editore
Prezzo: € 25,00

lunedì 25 settembre 2017

SMAT – VISITA AL CENTRO RICERCHE DI TORINO – “ACQUA ITALIANA DALLA TERRA ALLO SPAZIO”



Torino, considerata da molti come la “Houston d’Italia e d’Europa”, è nota per la sua alta concentrazione di aziende di eccellenza che operano nel settore aerospaziale. Aziende dedite all’innovazione dal punto di vista dei materiali e che si pongono come obiettivo quello di far avanzare le conoscenze scientifiche in un ambiente estremo come lo spazio. Tra queste aziende, un posto di rilievo viene occupato dalla SMAT (Società Metropolitana Acque Torino S.p.a.) e dal suo Centro Ricerche.
È una calda mattinata di metà settembre quando varchiamo il portone del Centro Ricerche SMAT, immerso nel verde e a pochi passi dal fiume Po. Ad accoglierci Marisa Di Lauro, Responsabile delle Relazioni Esterne dell’azienda, con la quale abbiamo organizzato l’incontro e la successiva visita al centro.
Incontriamo Lorenza Meucci, Dirigente laboratori, ricerche e controlli del Centro Ricerche, in una sala riunioni nel moderno fabbricato e inizia subito una lunga intervista che unirà l’elemento di cui siamo fatti allo spazio.
(Lorenza Meucci: Dirigente laboratori, ricerche e controlli del Centro Ricerche SMAT di Torino – photo Emmanuele Macaluso)

L’Ing. Meucci ci racconta che il Centro Ricerche è nato nel 2008, occupa circa 70 persone ed è stato il primo di questo genere nato in Italia. Attualmente è impegnato in 42 progetti e collabora con partner pubblici, privati e università.

ACQUA SMAT NELLO SPAZIO
Il primo progetto del quale parliamo è quello che ha visto la SMAT impegnata nella produzione di acqua destinata alla ISS (International Space Station - Stazione Spaziale Internazionale ndr).
Il progetto è iniziato nel 2003, e prevedeva due tipologie di acque, una per i cosmonauti russi e una per gli astronauti americani. Le acque avevano requisiti molto diversi ma una caratteristica comune: quella di mantenere stabilità microbiologica per almeno 6 mesi.
Una sfida che ha necessitato di 3 anni di ricerche e che è stata vinta da SMAT. C’è da dire che per raggiungere questo risultato, durante la fase di ricerca, si è compreso che l’inalterabilità delle caratteristiche del fluido non era solo dovuto alle caratteristiche dell’acqua, ma molto dipendeva dai contenitori che entravano in contatto con essa. Questo ha quindi innalzato l’asticella della sfida da parte di tutti gli enti coinvolti in questo progetto.
Nel 2006, dopo 3 anni di messa a punto dei processi produttivi, si ottiene l’autorizzazione finale della Nasa.
Il 9 marzo del 2008 quindi, dopo 5 anni dall’inizio del progetto, il primo carico di acqua parte alla vota della ISS nell’ambito della Missione Jules Verne. Successivamente ci sarebbero stati altri 3 lanci, nel 2012, 2013 e 2014 con la consegna totale di 22.700 litri di acqua e 4 carichi a bordo di vettori spaziali.
Questo successo unito al continuo spostamento dei limiti esplorativi e scientifici, ha creato una nuova sfida in vista delle future missioni di lunga durata. Nel 2014 è stato avviato lo studio di un progetto definito “Acqua per Marte”, nel quale SMAT è impegnata e che prevede il raggiungimento della soglia dei tre anni di stabilità dell’acqua dal punto di vista microbiologico. Un’ulteriore barriera da abbattere.

BIOWYSE (Biocontamination Integrated cOntrol of Wet sYstem for Space Exploration)
L’innalzamento delle soglie temporali per lo stoccaggio e l’utilizzo dell’acqua nello spazio vede la nascita di un innovativo progetto europeo chiamato BIOWYSE, che vede il Centro Ricerche SMAT tra i protagonisti.
Per raccontarci di BIOWYSE ci raggiunge Francesca Bersani, una giovane e brillante ricercatrice, che sulle immagini di un video (https://www.youtube.com/watch?v=8hc_hHqoHRw) ci illustra gli obiettivi e le caratteristiche del progetto.
Finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del bando Horizon 2020, programma triennale avviato nel 2016, BIOWYSE rappresenta lo sviluppo di un sistema integrato per il controllo rapido della biocontaminazione di acque destinate al consumo umano e di superfici umide (infatti nello spazio si riutilizza anche la condensa), da utilizzare nel circuito di riuso dell’acqua sulla ISS, per missioni esplorative a lungo raggio e sulla terra per situazioni di criticità.
Si tratta di un macchinario grande come un capiente frigo da pic nic, dal peso di circa 50 Kg, che verrà installato a bordo della ISS in modo assolutamente compatibile e integrato con i sistemi idrici di bordo. Il sistema potrà fare, in modo assolutamente automatico, le analisi dell’acqua presente in un suo serbatoio rivestito di argento. Nel caso l’acqua non raggiungesse i rigidi standard per l’uso umano, provvederà attraverso un ciclo di decontaminazione ad adattarla ai requisiti richiesti. Successivamente, sarà ricontrollata e, qualora non fosse ancora “pura”, verrà sottoposta ad un ulteriore ciclo.
Vediamo il processo nel dettaglio e nelle sue 4 fasi:
- Fase 1: “Prevenzione” – l’acqua entra in una tanica di stoccaggio rivestita in argento con potere antimicrobiotico.
- Fase 2: “Monitoraggio” – Un campione d’acqua passa dalla tanica di stoccaggio ad un campionatore automatico per analisi della bioluminescenza.
- Fase 3: “Eventuale decontaminazione” – A svolgere l’azione di decontaminazione troviamo 2 lampade UV-LED. Queste, in base al livello di contaminazione operano in simultanea o singolarmente.
- fase 4: “Controllo” – L’acqua viene sottoposta ad un ulteriore sistema di controllo collegato ad un’interfaccia operativa. Al termine di questa fase, in base ai risultati l’acqua sarà pronta all’utilizzo o reimmessa nel sistema di contaminazione.
La complessità e l’importanza di questo progetto è comprensibile anche attraverso la lunga lista dei partner che sono coinvolti nel consorzio, e che oltre alla SMAT vede l’impegno di Thales Alenia Space Italia, IRSA-CNR, Università degli Studi di Firenze, Fondation Européenne de la Science (Francia), GL-Biocontrol (Francia), AquiSense Technologies (UK), Liewenthal Electronics (Estonia), A-ETC (Repubblica Ceca).
(Francesca Bersani: Ricercatrice del Centro Ricerche SMAT di Torino – photo Emmanuele Macaluso)

BIOWYSE, oltre a rappresentare uno strumento essenziale per le future esplorazioni e missioni a lungo raggio, ci aiuta a comprendere quanto la ricerca spaziale possa avere ricadute positive e immediate anche sulla Terra. Uno degli ambiti di ricerca infatti, vedrà l’utilizzo di questo macchinario di analisi e bonifica dell’acqua negli ambienti di crisi. Si immagini l’utilità di uno strumento con queste caratteristiche in ambienti dove a causa di disastri naturali non vi sia un accesso diretto all’acqua potabile. Senza la presenza di tecnici specializzati o biologi, il macchinario sarebbe in grado di analizzare e operare fino alla decontaminazione dell’acqua. Questo è un fattore che merita il massimo apporto divulgativo affinché si metta in evidenza come la corsa allo spazio possa aiutare anche noi terrestri sul nostro pianeta.

PERSEO (PErsonal Radiation Shielding for intERplanetary missiOns)
Il Centro Ricerche SMAT è attualmente impegnato in un altro progetto in ambito aerospaziale denominato PERSEO. Finanziato dall’ASI (Agenzia Spaziale Italiana), e coordinato dall’Università di Pavia, l’obiettivo del progetto è quello di sviluppare un sistema di radioprotezione personale da indossare per mitigare gli effetti della radiazione cosmica sugli astronauti.
Per immaginare questo dispositivo si deve pensare ad una sorta di “giubba” come quella utilizzata dagli artificieri. Questo giubbotto ergonomico, contiene al suo interno delle sacche (in materiale polimerico inerte) riempite d’acqua e collegate tra loro da un circuito di tubi e valvole. Mediante il riempimento delle sacche, si vuole utilizzare l’acqua come materiale isolante dalle radiazioni cosmiche. Anche in questo caso, come BIOWYSE, il sistema deve essere compatibile con il sistema idrico a bordo della ISS.
Il prototipo è stato consegnato per l’ispezione finale presso lo Space Center di Houston il 5 luglio 2017 ed è partito verso la ISS lo scorso 14 agosto alle ore 18:31. Il giubbotto era stivato a bordo di una capsula cargo Dragon della SpaceX di Elon Musk. Ad attenderla, dopo 2 giorni di rincorsa attorno al pianeta, il 16 agosto, l’astronauta italiano Paolo Nespoli, che nell’ambito della “sua” MISSIONE VITA testerà PERSEO e manderà sulla Terra i risultati del test.
La costruzione di un giubbino contenente delle sacche d’acqua potrebbe portare chi legge a pensare che il suo sviluppo e la sua produzione possano rappresentare un’impresa di poco conto. Come spesso capita, anche in questo caso sono i numeri a dare l’esatta visione delle difficoltà dell’invio di un progetto in un ambiente come lo spazio. PERSEO doveva rispondere a 116 requisiti, 51 dei quali erano a carico della SMAT.

L’intervista termina con una visita alle sale di monitoraggio e di ricerca, e ci lascia l’esatta percezione di come l’eccellenza delle aziende si rispecchi non solo attraverso le attrezzature, ma anche attraverso le caratteristiche umane e tecniche che la compongono.

Emmanuele Macaluso